ottobre 28

Scrivere il Medioevo: istruzioni per l’uso. Parte 3 – La vita e la morte

L’alimentazione dell’uomo medievale è qualitativamente paragonabile alla nostra. Molti degli alimenti attuali erano sconosciuti poiché giungeranno in Europa in seguito alle scoperte geografiche dei secoli successivi, oppure tramite il mondo islamico. In sostanza la base dell’alimentazione erano i cereali. Il riso era pochissimo diffuso. Ci si cibava soprattutto di cerali di tipo grano le cui specie dipendeva dal clima e tipo di terreno. Quindi, farrosegalefrumentomiglioavenaorzograno saracenograno nero. Con le farine ottenute da questi grani, spesso macinati, si ottenevano pastoni, gallette o, con l’aggiunta di lievito, pani (da mangiare o da tagliere, che servivano da piatto).
Le proteine e i lipidi venivano da alimenti vegetali o animali: oli di colza, papavero, lino, oliva, noci ecc); grassi (burro, strutto, lardo). Carni d’origine domestica (pollame, maiale, pecora) o di origine selvatica (cinghiale, airone, lepre, coniglio, ecc). Pesci d’acqua dolce (tinca, trota, salmone, ecc) o di mare (aringa, merluzzo, nasello…). Grassi e lipidi vengono anche dalla frutta secca, legumi, fave, castagne, ecc. Ma soprattutto da uova e i latticini. Basta dare una scorsa a qualsiasi menu monastico dell’epoca per rendersi conto della quantità notevole consumata, sotto diverse forme, di questi alimenti.

Poca la frutta coltivata. Soprattutto mele (pomumpommes). Ma anche pere cotogne, more, pesche, sorbe, nespole e frutti selvatici (ribes, fragole, lamponi).
Nella dieta dell’uomo medievale scarseggiano anche le verdure fresche: porri, carote, cardi, rape, cicoria, cavoli, lattughe, asparagi, prezzemolo, cipolle, scalogno.
I ricchi si potevano permettere frutta esotica (datteri, pistacchi) e facevano uso di salse molto piccanti a base di pepe, zenzero, cannella, noce moscata, chiodi di garofano. Cui andava aggiunto l’europeo zafferano. I mano ricchi usavano mostarda e aglio. Notevole il consumo di sale. Il miele tenne a lungo il posto dello zucchero che, conosciuto fin dalla metà del medioevo veniva utilizzato soprattutto in campo farmaceutico.

Bevanda principale l’acqua. Si sapeva già che, bollita, si corrompeva meno così come mischiata a vino, miele, liquirizia. Le bevande alcoliche erano diffuse. Non l’alcol (la distillazione sarà utilizzata a lungo quasi esclusivamente a scopi farmaceutici), ma il sidro (sec. XIII-XIV nel nord della Francia). Molto diffusa la birra, ottenuta da diversi cereali fermentati, dal luppolo dai sec. XI-XI). E il vino che, però, era difficile da conservare ma che è indispensabile per la celebrazione della Messa. La vite verrà coltivata, in certi periodi, persino in Inghilterra.

La cucina contadina era poco curata e con pochi piatti, spesso liquidi come, ad esempio, la zuppa di cavoli. In ogni caso, l’alimento di base era costituito dai cereali,: Anche per i ricchi e per i paesi dove era abbondante la caccia, i 2/3 o addirittura i 3/4 dell’alimentazione delle razioni quotidiane sono costituite da cereali. La coltivazione principale era il grano. L’Occidente rimase comunque carnivoro e pare che questa tendenza si rafforzasse alla fine del Medioevo.

Un’alimentazione di questo genere determinava degli squilibri: 1) troppi glicidi che possono aver determinato forme diffuse di diabete congenito; 2) carenze nella nutrizione anche se l’apporto energetico complessivo era accettabile; 3) eccessiva dipendenza dalle raccolte di grano, con continuo rischio di carestie dovute alle situazioni climatiche, vista anche l’insufficienza delle scorte e le difficoltà dei trasporti.

Dal punto di vista fisico, gli uomini e le donne del medioevo erano simili a noi? Possiamo dedurre l’aspetto fisico degli uomini medievali dallo studio dei tantissimi scheletri, se possono essere datati dal contesto, oltre che dall’iconografia. Ci sono difficoltà per l’analisi chimiche (fluoro e azoto) per cadaveri con meno di 2.000 anni. E, scomparsi i costumi pagani, assieme al corpo non si seppellisce più alcun oggetto. Si desume che, tramite lo studio dei caratteri recessivi, che avessero gli occhi e i capelli più chiari.

Soprattutto per il periodo più tardo, tranne che per una élite (santi con reliquie attestate, nobili) molti elementi sulla popolazione possono essere desunti indirettamente dall’archeologia (superfici dei villaggi e della città, numero delle case, numero degli abitanti presunto per ciascuna casa), dallo studio delle chiese (e la loro capacità di ospitare la popolazione, tranne le persone impossibilitate a vario titolo) durante le feste), ai documenti fiscali e, per i ricchi e nobili, le genealogie.

matrimoni avvenivano presto, circa 14 anni per le ragazze, più avanti, ad esempio, per le nobili inglesi. Gli uomini, invece, non avevano la possibilità di sposarsi negli anni successivi alla pubertà perché il matrimonio comportava l’obbligo di avere figli e, quindi, un minimo di risorse per allevarli. In Toscana (inizio sec. XV), il marito ha in media 14 anni più della moglie e più di tre quarti delle donne sono sposate prima dei 19 anni, il 90% entro i 22. Appena il 75% degli uomini prima dei 42

Le donne morivano molto spesso di parto, ma il periodo di fecondità era relativamente breve, sia per la frequente morte, per l’appunto, durante il travaglio, sia per il decesso del coniuge che, spesso nel caso di ricchi e nobili, era molto più anziano. La pubertà, tuttavia, iniziava molto più tardi. Lo sappiamo dalla maternità documentate delle donne nobili. Bianca di Castiglia (1188-1252), maritata a 12 anni, ha il primo dei suoi figli a 18. Margherita di Provenza, sposata a 13 anni con un uomo di 20, ha il primo dei suoi 11 figli all’età di 19. In compenso, lo spazio fra una maternità e l’altra era molto ridotta. Per ragioni diverse, lavoratrici o nobildonne, mandavano i loro figli a balia, vista la grande disponibilità di balia per la grande mortalità infantile. C’era una notevole natalità cui non corrispondevano necessariamente famiglie numerose, vista la mortalità dovuta anche alle condizioni igieniche e alimentari e alle epidemie.

Per i signori, i matrimoni sono strumenti fondamentali per consolidare rapporti fra gruppi familiari e lignaggi. Ma per secoli non hanno tenuto conto delle prescrizioni canoniche, con concubinaggi notori, matrimoni multipli, ecc. Carlo Magno stesso non fece mai sposare le sue figlie ma le prestò generando dei bastardi.

Il matrimonio, come istituzione, impiegò del tempo per affermarsi. Il matrimonio cristiano, comunque, era un sacramento. La Chiesa vigilava affinché non venisse impartito sotto una certa età, senza il consenso di una delle parti e che non venisse celebrato durante certi periodi (Natale, Pasqua, Pentecoste). Il matrimonio è un contratto nel quale molte clausole servono a garantire la donna. Quaranta giorni prima della promessa solenne, aveva luogo la cerimonia di fidanzamento davanti al prete. Il fidanzato doveva versare delle caparre. Se intendeva tirarsi indietro era obbligato a versare il quadruplo a titolo di risarcimento. Il marito costituiva un “dovario”: un terzo o metà dei suoi beni a favore della moglie per assicurarne la sussistenza in caso di vedovanza cui si aggiungeva il “dono del mattino” (Morgengab) a titolo di ringraziamento per la perdita della verginità. La moglie, invece, conferiva la dote. L’autorità maritale stabiliva che il marito gestisse da solo i beni familiari. Se, però, l’uomo diventava incapace era la moglie che se ne incaricava. Con l’avvento dei commerci, la donna poté dedicarsi agli affari purché a ciò la autorizzasse il marito.

L’amore tra i coniugi era il solo permesso nonostante certe condizioni: non trovarvi troppo piacere, utilizzare la posizione naturale, e soprattutto se l’atto sessuale aveva come fine unico la procreazione. Le pratiche abortive erano duramente condannate anche perché comportavano spesso interventi di tipo magico. Ma pare che la procreazione al di fuori del matrimonio fosse numericamente poco rilevante. Il che non è semplice da spiegare in un periodo nel quale i metodi anticoncezionali erano praticamente inesistenti.

Si è molto discusso circa l’indifferenza medievale nei confronti dei bambini anche perché, vista la grande mortalità, rimangono dei “morti in sospeso”.  Le stesse rappresentazioni del Bambin Gesù di questo periodo mancano di espressione. Nei documenti ci sono tracce di affetto, ma spesso l’infanzia viene vista soprattutto come una brutta fase da superare.  Ci si premura, comunque, di farli battezzare il più presto possibile.

Bisogna avviarli prestissimo al lavoro o al monastero (l’abate Sugerio a 6-7 anni entra in convento e non è un caso isolato). I figli dei cavalieri cominciano a esercitarsi alle armi a 7-10 anni. A Firenze, le bimbe si mettono sotto padrone a 8 anni e i ragazzi ad apprendistato. A 13 anni ragazzi e ragazze sono considerati adulti e possono sposarsi. In una società molto giovane, a questa età si possono avere già delle responsabilità.

Nell’ambito della famiglia, assistiamo a un’evoluzione, poiché sembra che dappertutto, nei sec. XII-XIII il gruppo familiare vada scomparendo. L’espansione economica dei secoli XI-XIII si realizza nella cornice della famiglia contadina ristretta. Le motivazioni sono molteplici. La violenza diffusa è stata in parte arginata e la protezione del gruppo familiare è meno indispensabile. Anche la pratica generalizzata dei testamenti, della quale ha ampiamente beneficiato anche la Chiesa, ha contribuito al frazionamento del patrimonio. Le famiglie più numerose persistono nelle campagne rispetto alla nuova realtà cittadina. In Toscana, agli inizi del sec. XV, il 77% dei nuclei familiari comprende meno di cinque persone.

La situazione della donna migliora nettamente nel corso del medioevo , soprattutto fra il 1100 e il 1300 (dal sec. XIII può testimoniare nei processi). Forse dovuto a una relativa rarità in questo periodo delle femmine rispetto ai maschi. In ogni caso, la donna, causa della caduta di Adamo, deve obbedire all’uomo e dedicarsi alla casa e ai figli. Tommaso d’Aquino, parlando della donna “indispensabile alla conservazione della specie, al mangiare e al bere”, afferma che essa è stata creata “per aiutare l’uomo, ma solo nella procreazione, perché per qualunque altra cosa, un altro uomo sarebbe stato molto più utile”. E non dobbiamo dimenticarci che Tommaso era un intellettuale. Per fortuna, non bisogna dimenticarsi che la madre di Gesù era pur sempre una donna e certe tendenze non sono potute arrivare fino alle loro estreme conseguenze.
Dal punto di vista spirituale viene considerata pari all’uomo e molte donne assurgono a grande fama e sono ascoltate dai potenti sia laici che ecclesiastici (Basti citare Ildegarde von Bingen, Santa Caterina da Siena, Eleonora d’Aquitania, Giovanna d’Arco, ecc.).
Dal punto di vista morale, le viene chiesto meno che all’uomo. Basta che sia “onesta nell’uso del suo corpo”, giovane vergine o sposa casta.

miniatura lebbrosoLa prima epidemia di peste bubbonica, trasmessa dal topo nero, cominciò nel 540 e, con pause di 9-12 anni durò nei paesi mediterranei fin verso il 750. La seconda ondata di peste polmonare e bubbonica cominciò nel 1347 e continuò con vari ritorni fino al sec. XVIII scacciata forse dal colera o dalla pseudo-tubercolosi, oltre che dalla diminuzione dei topi neri davanti alla comparsa dei topi grigi.
Il vaiolo arrivò verso il 570 causando delle terribili stragi e ritornò più volte grazie anche alle crociate. La dissenteria colpì le Gallie negli anni 580-582. Il sudore anglico infierì soprattutto fra il 1486 e il 1551. Il tifo esantematico nel 1487. Ecc.

Ma le malattie che incidono maggiormente nel corso del Medioevo sono le malattie endemiche. Il caso più tipico è la lebbra, nome sotto il quale vengono raggruppate altre malattie come la psoriasi. Il fatto che il ceppo identificato in corpi del sec. V sia lo stesso presente negli attuali scoiattoli, ha fatto presumere che la diffusione del morbo possa essere stato causato dal commercio delle pellicce di questo animale. Si presume che nei secc. XII-XIII dall’1% al 5% degli Occidentali furono colpiti dal morbo che poi scomparve in modo sorprendente, cacciato forse dalla tubercolosi.
Altre malattie endemiche erano la scrofolosi; il fuoco di sant’Antonio, intossicazione dovuto al consumo di segale cornuta, segnalato in forma di epidemia nel 590 e in Francia nel 945. Ma la più disastrosa è stata probabilmente la malaria diffusa soprattutto nelle zone paludose nei pressi delle coste mediterranee e che colpiva intere popolazioni. La sifilide comparsa alla fine del sec. XV ebbe all’inizio una grande virulenza e causò molte morti, trasformandosi poi, con il tempo, in un morbo endemico.

Le cure dei medici del tempo sono spesso inefficaci, anche se non sono completamente privi di risorse e ottengono dei successi. Esistono però gli ospedali, con annessi talvolta il lebbrosario e il lazzaretto, prodotto della carità della Chiesa. Si hanno di solito quattro sezioni: maternità, moribondi, malati, convalescenti. Di solito, come è prassi comune, ci sono più persone per letto, ma l’igiene è osservata, l’alimentazione buona, ecc.

C’è da dire che la maggior parte delle malattie dell’epoca erano conosciute solo in base ai sintomi. Malattie molto diverse venivano all’epoca raggruppate in base ai sintomi e andavano sotto l’unica categoria di “febbre”, “influenza”, “perdita di sangue”, ecc. Lo stesso per il termine “peste”.

Ciò nonostante, la mortalità risulta considerevole, in particolare nella prima infanzia e nell’adolescenza. Oltre i 35 anni si è già vecchi. Nessun re capetingio raggiunge i 60 anni. Carlomagno, che supera i 70 anni, viene considerato un caso eccezionale. Esistono comunque persone di oltre 80 e 90 anni, soprattutto in alcune zone ”felici” come la Toscana del ‘400. La popolazione occidentale è quindi, giovanissima. Come abbiamo già detto, si entra nell’attività professionale tra i 5 e i 7 anni. A 13-15 anni si hanno delle responsabilità. Ma è raro che si possano vedere i nipoti.
La morte è una presenza costante, una specie di compagna di cammino. Qualcosa di familiare. E spaventa solo quando è improvvisa o dolorosa, oppure quando si accompagna alle epidemie.

La felicità, per l’uomo del medioevo, non è di questo mondo e la morte è solo un fenomeno provvisorio. Il vero problema è semmai se esistono possibilità per accedere alla vita eterna dopo aver abbandonato questa via, luogo dell’imperfezione, della disuguaglianza e del peccato.

La popolazione dell’Occidente nel medioevo ha conosciuto nel complesso un movimento ben preciso. In un periodo di decremento demografico iniziato già nel Basso Impero, sono arrivate popolazioni germaniche numericamente non molto numerose (al massimo il 5-10% dei romanizzati) ma dinamiche e vigorose. Le epidemie e le crisi del sec. VI hanno fiaccato ulteriormente il Sud dell’Europa, mentre le zone più germanizzate del Nord, hanno visto una ripresa economica e demografica della quale l’impero carolingio è stata una delle conseguenze. Lo sviluppo dei dissodamenti, già avviati da secoli, si fa più importante a partire dal sec. XI. Il forte aumento di popolazione subisce solo un rallentamento, non una crisi definitiva, in seguito alle epidemie del sec. XIV. L’incremento demografico ripartirà, anche se non dappertutto, nel secolo successivo.



Copyright Claudio Aita. Tutti i diritti riservati

Posted 28/10/2019 by Claudio in category "Il romanzo storico

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