luglio 10

Nulla dies sine linea. È la costanza che fa lo scrittore

UNulla dies sine linea. È la costanza che fa lo scrittorena domanda che, sicuramente, non ha una risposta è la seguente: Si può insegnare a scrivere?

Probabilmente no, soprattutto nel senso che non si può insegnare il talento. O ce l’hai o non ce l’hai. La capacità di scrivere, però, come molte altre qualità della persona, si può educare, si può far crescere. In questo senso la risposta alla domanda di cui sopra può essere la seguente: Forse non si può insegnare a scrivere. Sicuramente si può imparare a scrivere. Con quell’umiltà, ovviamente, che è il primo gradino verso la conoscenza, come ben sapevano, o avrebbero dovuto sapere, i monaci benedettini.

Resta da stabilire cosa sia il talento. Ma qui ci avventuriamo in un terreno minato. Personalmente, non avrei sottomano una definizione esatta di questo termine. Però quando leggo un libro e rimango rapito dalla qualità di scrittura di un autore, dalla sua capacità di creare atmosfere, di dipingere personaggi, quando mi sfugge un’esclamazione di meraviglia, di godimento estetico per qualcosa che ho letto e che lascia il segno… beh, se questo non è talento è qualcosa che gli si avvicina molto.

Forse è meglio parlare, allora, di capacità di comunicazione. E questa si può senz’altro migliorare con la dura pratica quotidiana, con l’apprendimento degli strumenti del mestiere e con l’attenzione costante verso ciò che circonda, ovvero verso la “materia prima” nella quale lo scrittore scava per ottenere le sue storie. Ma la capacità di raccontare, di costruire un romanzo, non basta da sola per creare uno scrittore. Quello che veramente conta è la tenacia, la testardaggine, il lavoro costante. E la capacità di non arrendersi mai in un settore nel quale è sempre più difficile venire notati, soprattutto in un paese, come l’Italia, dove esistono logiche editoriali che non premiamo quasi mai quello che definiamo talento. Dispiace dirlo, ma è così. Se siete delle persone benestanti che possono tirar fuori un assegno di diverse decine di migliaia di euro e sanno scrivere a un livello appena accettabile, non perdete tempo a leggere queste pagine. Rivolgetevi direttamente ai maggiori editori nazionali e avrete una buona probabilità di essere pubblicati e promossi. Non si spiegherebbero, altrimenti, gli innumerevoli testi scialbi e inutili che popolano gli scaffali delle librerie con i nomi di cantanti, personaggi televisivi, adolescenti annoiate e noiose e che, messi in bella mostra sui mass media nazional popolari, vendono molto. L’Italia è un paese dove il successo, anche letterario, è riservato ai ricchi e a i potenti.

Se non vi trovate in questa posizione, invidiabile o meno che sia, non vi resta che rimboccarvi le maniche e prepararvi a lavorare sodo. Uno scrittore, per definizione, scrive. La differenza fra uno scrittore professionista (ci sono quelli che si sono imposti per la loro capacità, non disperate) e quelli che non hanno ancora avuto successo, pur se bravi, sta nel fatto che i primi scrivono tutti i giorni un certo numero di pagine. Insomma, sono persone che si dedicano con impegno al loro lavoro. Soprattutto in un momento come l’attuale, nel quale i grandi autori sono costretti a sfornare un nuovo libro ogni pochi mesi per le esigenze dei loro datori di lavori. Sicuramente questo non va a vantaggio della qualità dei loro scritti. Ma così è. Gli autori più gettonati in lingua italiano sfornano tre o quattro libri all’anno.

Quindi, per prima cosa, per avere delle possibilità in un mondo molto competitivo come quello della scrittura, è necessario possedere una volontà di ferro ed essere costanti. È necessario scrivere tutti i giorni. Stephen King, in una recente intervista, ha confessato che si impone di scrivere ogni giorno sei pagine, in modo da avere un libro pronto ogni due o tre mesi. E il suo non è un caso isolato.

Anche lo scrittore che si propone di scrivere i suoi primi romanzi non può esimersi da una pratica costante. Nulla dies sine linea, nessun giorno senza una riga. Scrivetevi queste quattro parole in latino, mandatele a memoria e ripetetele continuamente. Solo la costanza potrà fare di voi uno scrittore. La capacità di comunicazione o talento contano ben poco se non li valorizzate attraverso il vostro impegno. Se riuscirete, con un lungo praticantato, degli strumenti del mestiere, vedrete che il vostro linguaggio migliorerà, la scrittura scorrerà con più naturalezza e il vostro stile sarà sempre più maturo e personale.

Come tutte le cose, scrittori si diventa scrivendo. Magari imitando, almeno agli inizi, quelli che reputate i vostri maestri. Soprattutto, guardatevi attorno, interessatevi di tutto quello che vi circonda. Sarà l’esperienza che, un po’ alla volta, vi farà comprendere e filtrare quello che serve alla vostra storia.

Infine, quando avrete in mano il vostro primo manoscritto da sottoporre a un editore, dovrete dimostrarvi più tenaci che mai. La regola fondamentale è una sola: non arrendersi. E non scoraggiarsi mai di fronte alle risposte negative che segneranno inevitabilmente il vostro percorso di scrittore. Ci sono innumerevoli letterati, poi diventati famosissimi che hanno ricevuto fior di rifiuti dalle grandi case editrici e che hanno pubblicato i loro capolavori con piccoli marchi editoriali. Di fronte a qualche parere negativo, cosa avrebbe dovuto dire Antonio Pennacchi che per il suo Mammut ricevette ben cinquantasei rifiuti? Il gabbiano Livingstone di Richard Bach ricevette ben diciotto rifiuti. Joan Rowling, sì proprio quella di Herry Potter, venti. Stephen King si vide rifiutare il suo primo libro, Carrie, con la motivazione: “non siamo interessati alla fantascienza distopica. Non vende”. Quando uscì, vendette un milione di copie. John Le Carré, George Orwell, David Herbert Lawrence, Agatha Christie, F. Scott Fitzgerald, John Grisham, Tomasi di Lampedusa, Primo Levi, Arthur Conan Doyle, James Joyce, Carlos Ruiz Zafón sono solo alcuni degli scrittori che si sono visti chiudere la porte dagli editori. Autori che poi hanno venduto milioni di copie. Cosa sarebbe successo se si fossero arresi? E quanti capolavori giacciono nei cassetti di scrittori di talento che non hanno avuto abbastanza tenacia?


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Posted 10/07/2016 by Claudio in category "L'apprendista scrittore

2 COMMENTS :

  1. By Grazia Swan on

    vorrei fare una domanda (spero non troppo stupida), ma quando un libro si può considerare effettivamente ‘romanzo’ e non una presa per i fondelli (cioè racconto molto molto lungo)? Lo chiedo perchè ormai vedo anche dei libricini di 150 pagine venduti a 17 euro, quando in realtà dovrebbero venire al massimo 8 euro.. E poi ci sono regole riguardo alla grandezza del carattere utilizzato per la stampa? Grazie

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    1. By Claudio (Post author) on

      Ciao Grazia. Le tue domande sono tutto fuorché banali. Anzi…
      Non ci sono regole fisse. Normalmente, un romanzo dovrebbe avere una lunghezza di almeno 300.000 caratteri. Considera che si ragiona in termini di “cartelle editoriali” di 1.800 caratteri (30 righe per 60 caratteri) ma qualche editore pretende espressamente cartelle di circa 2.000 caratteri. L’ultimo contratto che ho firmato per uno dei principali editori italiani richiede espressamente la consegna di un testo di 500.000 caratteri. Considerando che si considerano anche gli spazi bianchi, c’è sempre un minimo di tolleranza. Io, in ogni caso, mi regolo sul contatore di caratteri di world e cerco di raggiungere la lunghezza di testo richiesta. In ogni caso, 300.000 caratteri si traducono in un testo indicativamente di 200 pagine (+-20), mentre un testo di 500.000 caratteri di circa 300 pagine (anche qualcuna in più).
      Il corpo dei caratteri utilizzato per la stampa di testi di narrativa è, di solito, il 12. Ma questo carattere va aumentato leggermente se i lettori sono bambini o persone adulte. In questo caso, forse è meglio un 13. In ogni caso, bisogna valutare anche altri parametri quali il tipo di carattere (io ho utilizzato spesso il Garamond), l’interlinea e i margini.
      Hai ragione a lamentarti del costo dei libri. Considera che spesso sono i grandi editori a gonfiare i prezzi in modo da poter praticare sconti maggiori. Questa è una politica che rasenta la truffa e, infatti, in altri paesi dove esistono leggi restrittive sugli sconti, i libri costano meno. In ogni caso, i piccoli editori, costretti ormai a tirature limitate con stampe digitali, e con i distributori che ormai si trattengono il 60% del prezzo di copertina, hanno dei costi tali che si ripercuotono sui prezzi di copertina.

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