ottobre 15

Arrendiamoci!

lettura-italia-rapporto-annualeDopo le statistiche sulla lettura in Italia presentate dall’AIE alla Buchmesse di Francoforte, non possiamo far altro che alzare bandiera bianca e capitolare. E constatare che la guerra è irrimediabilmente persa.
Pur con qualche timido segnale di speranza, quello che emerge dal rapporto dell’Associazione Editori Italiani, è un paese che in massa ha rinunciato ormai alla lettura e ai libri, sotto qualsiasi forma. Solo il 40,5% degli italiani legge più di un libro all’anno. Niente, insomma. Sei italiani su dieci in pratica, non legge nemmeno una riga, al massimo guarda le figure se ci sono, incapace di dare una sola occhiata a quei segni di inchiostro stampati sulla pagina. In un solo anno abbiamo perso un 3,1% di lettori. Un dato terrificante, una disfatta, un crollo ormai verticale, irreversibile.
Insomma, ci troviamo ormai di fronte a un paese intero che non legge più. Esistono ancora delle sacche di resistenza, per buona parte concentrate nel Nordest. E qui, si segnalano in particolare Alto Adige e Friuli, ovvero due aree, non a caso, di etnia non italiana. Se non fosse per queste ultime sacche di resistenza, forse destinate a soccombere presto, le statistiche sarebbero addirittura ben peggiori.
Questo è una società che respinge la cultura ai margini della società, che la rifiuta ormai come un corpo estraneo. Che ricopre letteralmente d’oro calciatori e canzonettieri vari ma che precarizza e riduce in miseria chi osa occuparsi di cultura. Che diserta le librerie, ma riempie gli stadi e i luoghi dove si mangia e si beve. E una società che rifiuta i libri è una società che ha rinunciato a costruirsi un futuro migliore.
Questo è un paese che è convinto di non aver bisogno di libri e di quello che questi strani parallelepipedi di carta contengono. Di cultura, di storia, di conoscenza non gliene frega più niente. Anche perché la cultura e la competenza non sono più percepiti come fattori di crescita sociale e personale, oltre che economica. In Italia, il soldi e il potere, oltre che il riconoscimento sociale vanno ai furbi, agli imboscati, a chi ha saputo tessere la tela migliore. Anche la classe politica, a tutti i livelli, rispecchia la miseria intellettuale ormai endemica della patria del Rinascimento e delle arti. A chi ricopre cariche pubbliche non viene più richiesto alcun bagaglio culturale e tecnico. I capi dei partiti non sono più in possesso delle basi più elementari della grammatica e spesso non dispongono nemmeno delle più banali nozioni di cultura generale, quelle nozioni che dovrebbero permettere a chiunque di affrontare con un minimo di cognizioni la cosa pubblica. E questa ignoranza è ormai diffusa fra tutti i leader e capi di partito tanto da costituirne un tratto distintivo. Arrivando all’assurdo di avere un ministro dell’istruzione che a malapena ha frequentato le scuole medie. Ma la cosa più terribile è che questo stato di cose non scandalizza più nessuno. Anzi, viene è vissuto come un fatto normale.
Così come nessuno si preoccupa se gran parte delle librerie ha ormai chiuso i battenti, mentre quelle di catena, che rispondono a logiche industriali e non di qualità, resistono trasformandosi in luoghi dove si mangia e si beve. Anche qui i libri vengono messi all’angolo come se il “prodotto libro” fosse un qualcosa del quale vergognarsi e che, in definitiva, non si vende perché non interessa più a nessuno. Ma ormai, anche qui i segnali sono negativi. La GDO (“Grande Distribuzione Organizzata”) sta segnando un crollo impressionante di vendite nel settore librario.
Questo è un paese che ormai è abitato da gente che è orgogliosa della propria ignoranza e della propria rozzezza. Basta guardare la televisione e i programmi dove dominano i contenuti beceri e dove, fra insulti e stupidità, i congiuntivi, assieme alla più elementare grammatica italiana, sono definitivamente scomparsi. E anche fra i ragazzi, ormai, la grettezza viene ostentata come segno distintivo dei più “fighi”.
Si dirà che il calo dei lettori è dovuto anche ad altri fattori quali internet, gli  smartphone, i videogiochi, la televisione, ecc. E che la crisi delle vendite dei libri contraddistingue anche gli altri paesi. Andiamo allora a vedere le percentuali di lettori della altre realtà. L’unico dato che se ne ricava è che l’Italia registra la più bassa percentuale di lettori a confronto con le altre editorie. Una figura ben meschina: la media italiana si attesta sul 40,5% nel 2016, ben al di sotto del 62,2% della Spagna, del 68,7% della Germania, del 73% negli Stati Uniti, dell’83% del Canada, dell’84% della Francia fino al 90% della Norvegia. E non è in questi paesi non esistano internet, televisione, smartphone e via di questo passo. Esiste, magari uno stato non occupato in pianta stabile da politici corrotti e ignoranti. E la cui classe dirigente, a differenza dell’Italia capace di leggere e scrivere, ha ben compreso che il libro non è un prodotto come gli altri e che le librerie sono dei presidi sul territorio a tutto vantaggio della collettività. E che sentono il bisogno di tutelare questo prodotto.
Ovviamente, non tutta la colpa è dello stato, ma davvero sarebbe il momento di interrogarsi su queste differenze. E di renderci finalmente conto che questa ignoranza diffusa si riverserà negativamente sul futuro di tutto il paese rendendolo sempre meno competitivo e impedendone il progresso. La cultura, cari signori, paga. Ma i nostri governanti hanno altre logiche, altri pensieri per la testa e il portofoglio. Dominati esclusivamente dai loro interessi immediati di lobby e consorterie sanno benissimo che un popolo ignorante si domina con più facilità. Sembrano passati anni luce da quando Lorenzo Milani, a Barbiana, sosteneva che chi meno ha più deve applicarsi per imparare. Perché la cultura serve anche a questo: a difendersi.
Confesso, in conclusione, il mio imbarazzo. Occupandomi di scrittura, cosa posso mai suggerire a tutti quegli scrittori in erba che si accingono a faticare per qualcosa che non ha sbocchi? Mi verrebbe da risponder loro di lasciar perdere e di perseguire quello che è ormai l’unico scopo degli italiani. Ovvero fare le cantanti e ballerine o i calciatori. Oppure i portaborse del potente di turno. Si sa che la cultura, da queste parti, è solo una perdita di tempo. Il futuro appartiene ai furbi, alle prostitute e ai leccaculo. Per queste categorie, la preparazione non prevede l’utilizzo di libri. L’alternativa, al limite, è emigrare.


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Posted 15/10/2017 by Claudio in category "Il mondo del libro

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