novembre 5

Scrivere un romanzo storico. Alcune riflessioni sparse – Prima parte

Cari amici, in queste righe cercherò di mettere assieme, con un minimo di coerenza, le tante riflessioni fatte sul romanzo storico. Croce e delizia per ogni scrittore, per la sua difficoltà (vista anche la necessità di documentazione che altri generi hanno in maniera molto minore). Difficoltà amplificate se quello che ambientiamo in un passato è un thriller con le sue logiche proprie e con le sue ulteriori complicazioni. Ma che, se riuscito, può dare grandi soddisfazioni.

Cominciamo dai concetti più generali. Anzitutto, lo scrittore racconta storie, ovvero “frottole” ma lo dice con quella serietà che contraddistingue chi racconta il vero. L’aria seria di chi dice la verità serve a stabilire con il lettore un patto (patto finzionale) in virtù del quale, chi legge prende per vero quello che lo scrittore gli sta raccontando (v. infra).

Ogni volta che uno scrittore inventa una storia, crea un “mondo possibile che non è quello reale anche se può assomigliargli molto. Anche il romanzo più realistico, essendo frutto di finzione, è ambientato in un mondo diverso da quello vero. Quindi non è mai esattamente quello vero. La completa veridicità della narrazione, senza alterare nulla è quella della biografia e della cronaca, non del romanzo. Ma anche in questo caso, siamo davvero sicuri di dire il vero? Ovvero che le nostre fonti siano completamente affidabili e che non siamo costretti ad agire per supposizioni e interpolazioni?

La sola introduzione di un personaggio di fantasia in un contesto reale trasforma il mondo della storia in un “mondo possibile”. Lo stesso avviene quando si utilizzano personaggi storici e li si collocano nel loro corretto contesto ma li si fa compiere azioni non attestate storicamente come avviene nel caso di romanzi nei quali questi personaggi si trovano a svolgere l’attività di investigatore (Leonardo da Vinci in La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, Dante Alighieri in I delitti del mosaico di Luca Leone, Aristotele in Aristotele investigatore di Margaret Doodey e così via.

Un mondo possibile si definisce per un insieme di regole che lo caratterizzano. Parlando di scrittura, queste regole stabiliscono quali comportamenti possono essere creduti dal lettore e quali vengono invece respinti perché considerati incoerenti. In una storia che parla dei combattimenti della prima guerra mondiale, non posso normalmente far intervenire Batman perché i due mondi (quello realistico della guerra e quello fantasioso di Gotham City) non vengono reputati compatibili. Questo, almeno, per il romanzo storico in senso stretto. Se invece, nell’ambito di un racconto scritto con i canoni dello urban fantasy, faccio agire divinità nordiche come Thor nella New York di oggi, nessuno ha da ridire perché si tratta di una scelta coerente con le regole di quel tipo di narrazione.

Il narratore, creando il mondo possibile nel quale si svolge la storia, chiede al lettore di “sospendere l’incredulità” ovvero di assumere per vero ciò che sta per raccontargli. È quello che viene chiamato “contratto di veridizione” o “patto finzionale” e generalmente si stabilisce nei primi passaggi del racconto attraverso la descrizione dei luoghi, dei personaggi, delle loro abitudini e così via. Non per nulla, ad esempio, le favole iniziano spesso con “C’era una una volta in un paese lontano”… gli eventi si svolgeranno in un “non qui” e in un “non ora”. Questo patto viene mantenuto normalmente tale per tutta la narrazione ed è esso a determinare le regole che strutturano il mondo possibile.

I vincoli di coerenza determinati dal “contratto di veridizione” vanno rispettati per non perdere la fiducia del lettore. Nel caso di un mondo di tipo realistico, questi limiti sono gli stessi vincoli fisici, chimici, biologici, sociali, storici che determinano la nostra vita quotidiana. Ci vuole coerenza, soprattutto quando si parla di romanzi o thriller storici. Il lettore ha rinunciato all’incredulità e prende per vero quello che gli state raccontando. Eppure basta un dettaglio, un piccolo particolare sbagliato per denunciare la finzione per quella che è e rompere quel rapporto di fiducia faticosamente conquistato. Insomma, per incrinare definitivamente la magia della narrazione.

Per far sì che il lettore vi segua nei vostri voli pindarici, bisogna che li ancoriate saldamente alla realtà, fornendo informazioni corrette. Se si fa estrema attenzione ai dettagli, il lettore vi seguirà anche quando racconterete che il protagonista ha visto un fantasma.

Un problema a parte è costituito dal fatto che non tutti i lettori sono in grado di interpretare correttamente il testo e il “patto finzionale”. Questo vale sicuramente per quello che viene identificato come Lettore Modello, ovvero quello che possiede un insieme di conoscenze sufficiente per approcciarsi correttamente al testo. Ma questa non è la regola. Può capitare addirittura che il lettore prenda per buono quanto è invece parto della fantasia. Per questo è bene spiegare con la massima chiarezza possibile quei concetti o quelle nozioni che possono non essere conosciuti da tutti. Anche se questo può, talvolta, appesantire il ritmo della narrazione. Ma i dialoghi servono anche a questo.
Non è detto che, in certi casi, l’adesione alla realtà debba essere totale. Alcune (piccole!) libertà si possono prendere purché non stravolgano il contesto storico. E soprattutto senza modificare cognizioni che sono universalmente riconosciute come acquisite.

Ma cos’è esattamente  il romanzo storico? Secondo la angloamericana Historical Novel Society, un romanzo storico, per essere tale,

“deve essere stato scritto almeno cinquanta anni dopo gli eventi descritti, o deve essere stato scritto da qualcuno che all’epoca di tali eventi non era ancora nato e che quindi si è accostato a essi tramite ricerche”.

La Historical Novel Society comprende nel genere “romanzo storico” anche il “romanzo ucronico”. Come tale si intende un genere di narrativa basata sulla premessa che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale (Ad esempio, cosa sarebbe successo se Hitler non avesse perso la guerra?).

Il romanzo storico nasce in Europa nel terzo decennio dell’Ottocento sulla scia dello straordinario successo dei libri di Walter Scott (1771-1832), Ivanhoe (1819) e Quentin Durward (1823), in un contesto reso favorevole dall’affermarsi dell’ideologia romantica.

Secondo uno dei padri del genere, Alessandro Manzoni (1785-1873): “Il romanzo storico è un componimento misto di storia e invenzione

Quanta storia e quanta invenzione dipende dal gusto del pubblico del momento e dalla fantasia dell’autore. In ogni caso, la storia può diventare un pretesto per riflettere sul presente ed essere una metafora del domani. Questo lo aveva già capito il Manzoni che nei Promessi Sposi, pur ambientando la vicenda nel Seicento, utilizza la vicenda anche per una critica della situazione del suo tempo e per auspicare un rinnovamento della situazione politica.

In definitiva, il rigore dell’ambientazione storica, per un romanzo storico, è d’obbligo. Ma la ragione e il buon senso devono guidare lo scrittore nell’individuare non solo le differenze, ma anche le somiglianze di caratteri e sentimenti che uniscono il presente con il passato. Le persone e le situazioni sono forse diverse, ma le passioni, l’amore, l’odio e via di questo passo, sono sempre gli stessi sentimenti che ispirano l’uomo e ne determinano l’azione.

(…continua)

ottobre 28

Scrivere il Medioevo: istruzioni per l’uso. Parte 3 – La vita e la morte

L’alimentazione dell’uomo medievale è qualitativamente paragonabile alla nostra. Molti degli alimenti attuali erano sconosciuti poiché giungeranno in Europa in seguito alle scoperte geografiche dei secoli successivi, oppure tramite il mondo islamico. In sostanza la base dell’alimentazione erano i cereali. Il riso era pochissimo diffuso. Ci si cibava soprattutto di cerali di tipo grano le cui specie dipendeva dal clima e tipo di terreno. Quindi, farrosegalefrumentomiglioavenaorzograno saracenograno nero. Con le farine ottenute da questi grani, spesso macinati, si ottenevano pastoni, gallette o, con l’aggiunta di lievito, pani (da mangiare o da tagliere, che servivano da piatto).
Le proteine e i lipidi venivano da alimenti vegetali o animali: oli di colza, papavero, lino, oliva, noci ecc); grassi (burro, strutto, lardo). Carni d’origine domestica (pollame, maiale, pecora) o di origine selvatica (cinghiale, airone, lepre, coniglio, ecc). Pesci d’acqua dolce (tinca, trota, salmone, ecc) o di mare (aringa, merluzzo, nasello…). Grassi e lipidi vengono anche dalla frutta secca, legumi, fave, castagne, ecc. Ma soprattutto da uova e i latticini. Basta dare una scorsa a qualsiasi menu monastico dell’epoca per rendersi conto della quantità notevole consumata, sotto diverse forme, di questi alimenti.

Poca la frutta coltivata. Soprattutto mele (pomumpommes). Ma anche pere cotogne, more, pesche, sorbe, nespole e frutti selvatici (ribes, fragole, lamponi).
Nella dieta dell’uomo medievale scarseggiano anche le verdure fresche: porri, carote, cardi, rape, cicoria, cavoli, lattughe, asparagi, prezzemolo, cipolle, scalogno.
I ricchi si potevano permettere frutta esotica (datteri, pistacchi) e facevano uso di salse molto piccanti a base di pepe, zenzero, cannella, noce moscata, chiodi di garofano. Cui andava aggiunto l’europeo zafferano. I mano ricchi usavano mostarda e aglio. Notevole il consumo di sale. Il miele tenne a lungo il posto dello zucchero che, conosciuto fin dalla metà del medioevo veniva utilizzato soprattutto in campo farmaceutico.

Bevanda principale l’acqua. Si sapeva già che, bollita, si corrompeva meno così come mischiata a vino, miele, liquirizia. Le bevande alcoliche erano diffuse. Non l’alcol (la distillazione sarà utilizzata a lungo quasi esclusivamente a scopi farmaceutici), ma il sidro (sec. XIII-XIV nel nord della Francia). Molto diffusa la birra, ottenuta da diversi cereali fermentati, dal luppolo dai sec. XI-XI). E il vino che, però, era difficile da conservare ma che è indispensabile per la celebrazione della Messa. La vite verrà coltivata, in certi periodi, persino in Inghilterra.

La cucina contadina era poco curata e con pochi piatti, spesso liquidi come, ad esempio, la zuppa di cavoli. In ogni caso, l’alimento di base era costituito dai cereali,: Anche per i ricchi e per i paesi dove era abbondante la caccia, i 2/3 o addirittura i 3/4 dell’alimentazione delle razioni quotidiane sono costituite da cereali. La coltivazione principale era il grano. L’Occidente rimase comunque carnivoro e pare che questa tendenza si rafforzasse alla fine del Medioevo.

Un’alimentazione di questo genere determinava degli squilibri: 1) troppi glicidi che possono aver determinato forme diffuse di diabete congenito; 2) carenze nella nutrizione anche se l’apporto energetico complessivo era accettabile; 3) eccessiva dipendenza dalle raccolte di grano, con continuo rischio di carestie dovute alle situazioni climatiche, vista anche l’insufficienza delle scorte e le difficoltà dei trasporti.

Dal punto di vista fisico, gli uomini e le donne del medioevo erano simili a noi? Possiamo dedurre l’aspetto fisico degli uomini medievali dallo studio dei tantissimi scheletri, se possono essere datati dal contesto, oltre che dall’iconografia. Ci sono difficoltà per l’analisi chimiche (fluoro e azoto) per cadaveri con meno di 2.000 anni. E, scomparsi i costumi pagani, assieme al corpo non si seppellisce più alcun oggetto. Si desume che, tramite lo studio dei caratteri recessivi, che avessero gli occhi e i capelli più chiari.

Soprattutto per il periodo più tardo, tranne che per una élite (santi con reliquie attestate, nobili) molti elementi sulla popolazione possono essere desunti indirettamente dall’archeologia (superfici dei villaggi e della città, numero delle case, numero degli abitanti presunto per ciascuna casa), dallo studio delle chiese (e la loro capacità di ospitare la popolazione, tranne le persone impossibilitate a vario titolo) durante le feste), ai documenti fiscali e, per i ricchi e nobili, le genealogie.

matrimoni avvenivano presto, circa 14 anni per le ragazze, più avanti, ad esempio, per le nobili inglesi. Gli uomini, invece, non avevano la possibilità di sposarsi negli anni successivi alla pubertà perché il matrimonio comportava l’obbligo di avere figli e, quindi, un minimo di risorse per allevarli. In Toscana (inizio sec. XV), il marito ha in media 14 anni più della moglie e più di tre quarti delle donne sono sposate prima dei 19 anni, il 90% entro i 22. Appena il 75% degli uomini prima dei 42

Le donne morivano molto spesso di parto, ma il periodo di fecondità era relativamente breve, sia per la frequente morte, per l’appunto, durante il travaglio, sia per il decesso del coniuge che, spesso nel caso di ricchi e nobili, era molto più anziano. La pubertà, tuttavia, iniziava molto più tardi. Lo sappiamo dalla maternità documentate delle donne nobili. Bianca di Castiglia (1188-1252), maritata a 12 anni, ha il primo dei suoi figli a 18. Margherita di Provenza, sposata a 13 anni con un uomo di 20, ha il primo dei suoi 11 figli all’età di 19. In compenso, lo spazio fra una maternità e l’altra era molto ridotta. Per ragioni diverse, lavoratrici o nobildonne, mandavano i loro figli a balia, vista la grande disponibilità di balia per la grande mortalità infantile. C’era una notevole natalità cui non corrispondevano necessariamente famiglie numerose, vista la mortalità dovuta anche alle condizioni igieniche e alimentari e alle epidemie.

Per i signori, i matrimoni sono strumenti fondamentali per consolidare rapporti fra gruppi familiari e lignaggi. Ma per secoli non hanno tenuto conto delle prescrizioni canoniche, con concubinaggi notori, matrimoni multipli, ecc. Carlo Magno stesso non fece mai sposare le sue figlie ma le prestò generando dei bastardi.

Il matrimonio, come istituzione, impiegò del tempo per affermarsi. Il matrimonio cristiano, comunque, era un sacramento. La Chiesa vigilava affinché non venisse impartito sotto una certa età, senza il consenso di una delle parti e che non venisse celebrato durante certi periodi (Natale, Pasqua, Pentecoste). Il matrimonio è un contratto nel quale molte clausole servono a garantire la donna. Quaranta giorni prima della promessa solenne, aveva luogo la cerimonia di fidanzamento davanti al prete. Il fidanzato doveva versare delle caparre. Se intendeva tirarsi indietro era obbligato a versare il quadruplo a titolo di risarcimento. Il marito costituiva un “dovario”: un terzo o metà dei suoi beni a favore della moglie per assicurarne la sussistenza in caso di vedovanza cui si aggiungeva il “dono del mattino” (Morgengab) a titolo di ringraziamento per la perdita della verginità. La moglie, invece, conferiva la dote. L’autorità maritale stabiliva che il marito gestisse da solo i beni familiari. Se, però, l’uomo diventava incapace era la moglie che se ne incaricava. Con l’avvento dei commerci, la donna poté dedicarsi agli affari purché a ciò la autorizzasse il marito.

L’amore tra i coniugi era il solo permesso nonostante certe condizioni: non trovarvi troppo piacere, utilizzare la posizione naturale, e soprattutto se l’atto sessuale aveva come fine unico la procreazione. Le pratiche abortive erano duramente condannate anche perché comportavano spesso interventi di tipo magico. Ma pare che la procreazione al di fuori del matrimonio fosse numericamente poco rilevante. Il che non è semplice da spiegare in un periodo nel quale i metodi anticoncezionali erano praticamente inesistenti.

Si è molto discusso circa l’indifferenza medievale nei confronti dei bambini anche perché, vista la grande mortalità, rimangono dei “morti in sospeso”.  Le stesse rappresentazioni del Bambin Gesù di questo periodo mancano di espressione. Nei documenti ci sono tracce di affetto, ma spesso l’infanzia viene vista soprattutto come una brutta fase da superare.  Ci si premura, comunque, di farli battezzare il più presto possibile.

Bisogna avviarli prestissimo al lavoro o al monastero (l’abate Sugerio a 6-7 anni entra in convento e non è un caso isolato). I figli dei cavalieri cominciano a esercitarsi alle armi a 7-10 anni. A Firenze, le bimbe si mettono sotto padrone a 8 anni e i ragazzi ad apprendistato. A 13 anni ragazzi e ragazze sono considerati adulti e possono sposarsi. In una società molto giovane, a questa età si possono avere già delle responsabilità.

Nell’ambito della famiglia, assistiamo a un’evoluzione, poiché sembra che dappertutto, nei sec. XII-XIII il gruppo familiare vada scomparendo. L’espansione economica dei secoli XI-XIII si realizza nella cornice della famiglia contadina ristretta. Le motivazioni sono molteplici. La violenza diffusa è stata in parte arginata e la protezione del gruppo familiare è meno indispensabile. Anche la pratica generalizzata dei testamenti, della quale ha ampiamente beneficiato anche la Chiesa, ha contribuito al frazionamento del patrimonio. Le famiglie più numerose persistono nelle campagne rispetto alla nuova realtà cittadina. In Toscana, agli inizi del sec. XV, il 77% dei nuclei familiari comprende meno di cinque persone.

La situazione della donna migliora nettamente nel corso del medioevo , soprattutto fra il 1100 e il 1300 (dal sec. XIII può testimoniare nei processi). Forse dovuto a una relativa rarità in questo periodo delle femmine rispetto ai maschi. In ogni caso, la donna, causa della caduta di Adamo, deve obbedire all’uomo e dedicarsi alla casa e ai figli. Tommaso d’Aquino, parlando della donna “indispensabile alla conservazione della specie, al mangiare e al bere”, afferma che essa è stata creata “per aiutare l’uomo, ma solo nella procreazione, perché per qualunque altra cosa, un altro uomo sarebbe stato molto più utile”. E non dobbiamo dimenticarci che Tommaso era un intellettuale. Per fortuna, non bisogna dimenticarsi che la madre di Gesù era pur sempre una donna e certe tendenze non sono potute arrivare fino alle loro estreme conseguenze.
Dal punto di vista spirituale viene considerata pari all’uomo e molte donne assurgono a grande fama e sono ascoltate dai potenti sia laici che ecclesiastici (Basti citare Ildegarde von Bingen, Santa Caterina da Siena, Eleonora d’Aquitania, Giovanna d’Arco, ecc.).
Dal punto di vista morale, le viene chiesto meno che all’uomo. Basta che sia “onesta nell’uso del suo corpo”, giovane vergine o sposa casta.

miniatura lebbrosoLa prima epidemia di peste bubbonica, trasmessa dal topo nero, cominciò nel 540 e, con pause di 9-12 anni durò nei paesi mediterranei fin verso il 750. La seconda ondata di peste polmonare e bubbonica cominciò nel 1347 e continuò con vari ritorni fino al sec. XVIII scacciata forse dal colera o dalla pseudo-tubercolosi, oltre che dalla diminuzione dei topi neri davanti alla comparsa dei topi grigi.
Il vaiolo arrivò verso il 570 causando delle terribili stragi e ritornò più volte grazie anche alle crociate. La dissenteria colpì le Gallie negli anni 580-582. Il sudore anglico infierì soprattutto fra il 1486 e il 1551. Il tifo esantematico nel 1487. Ecc.

Ma le malattie che incidono maggiormente nel corso del Medioevo sono le malattie endemiche. Il caso più tipico è la lebbra, nome sotto il quale vengono raggruppate altre malattie come la psoriasi. Il fatto che il ceppo identificato in corpi del sec. V sia lo stesso presente negli attuali scoiattoli, ha fatto presumere che la diffusione del morbo possa essere stato causato dal commercio delle pellicce di questo animale. Si presume che nei secc. XII-XIII dall’1% al 5% degli Occidentali furono colpiti dal morbo che poi scomparve in modo sorprendente, cacciato forse dalla tubercolosi.
Altre malattie endemiche erano la scrofolosi; il fuoco di sant’Antonio, intossicazione dovuto al consumo di segale cornuta, segnalato in forma di epidemia nel 590 e in Francia nel 945. Ma la più disastrosa è stata probabilmente la malaria diffusa soprattutto nelle zone paludose nei pressi delle coste mediterranee e che colpiva intere popolazioni. La sifilide comparsa alla fine del sec. XV ebbe all’inizio una grande virulenza e causò molte morti, trasformandosi poi, con il tempo, in un morbo endemico.

Le cure dei medici del tempo sono spesso inefficaci, anche se non sono completamente privi di risorse e ottengono dei successi. Esistono però gli ospedali, con annessi talvolta il lebbrosario e il lazzaretto, prodotto della carità della Chiesa. Si hanno di solito quattro sezioni: maternità, moribondi, malati, convalescenti. Di solito, come è prassi comune, ci sono più persone per letto, ma l’igiene è osservata, l’alimentazione buona, ecc.

C’è da dire che la maggior parte delle malattie dell’epoca erano conosciute solo in base ai sintomi. Malattie molto diverse venivano all’epoca raggruppate in base ai sintomi e andavano sotto l’unica categoria di “febbre”, “influenza”, “perdita di sangue”, ecc. Lo stesso per il termine “peste”.

Ciò nonostante, la mortalità risulta considerevole, in particolare nella prima infanzia e nell’adolescenza. Oltre i 35 anni si è già vecchi. Nessun re capetingio raggiunge i 60 anni. Carlomagno, che supera i 70 anni, viene considerato un caso eccezionale. Esistono comunque persone di oltre 80 e 90 anni, soprattutto in alcune zone ”felici” come la Toscana del ‘400. La popolazione occidentale è quindi, giovanissima. Come abbiamo già detto, si entra nell’attività professionale tra i 5 e i 7 anni. A 13-15 anni si hanno delle responsabilità. Ma è raro che si possano vedere i nipoti.
La morte è una presenza costante, una specie di compagna di cammino. Qualcosa di familiare. E spaventa solo quando è improvvisa o dolorosa, oppure quando si accompagna alle epidemie.

La felicità, per l’uomo del medioevo, non è di questo mondo e la morte è solo un fenomeno provvisorio. Il vero problema è semmai se esistono possibilità per accedere alla vita eterna dopo aver abbandonato questa via, luogo dell’imperfezione, della disuguaglianza e del peccato.

La popolazione dell’Occidente nel medioevo ha conosciuto nel complesso un movimento ben preciso. In un periodo di decremento demografico iniziato già nel Basso Impero, sono arrivate popolazioni germaniche numericamente non molto numerose (al massimo il 5-10% dei romanizzati) ma dinamiche e vigorose. Le epidemie e le crisi del sec. VI hanno fiaccato ulteriormente il Sud dell’Europa, mentre le zone più germanizzate del Nord, hanno visto una ripresa economica e demografica della quale l’impero carolingio è stata una delle conseguenze. Lo sviluppo dei dissodamenti, già avviati da secoli, si fa più importante a partire dal sec. XI. Il forte aumento di popolazione subisce solo un rallentamento, non una crisi definitiva, in seguito alle epidemie del sec. XIV. L’incremento demografico ripartirà, anche se non dappertutto, nel secolo successivo.

ottobre 26

Scrivere il Medioevo: istruzioni per l’uso. Parte 2 – La tecnologia, le abitazioni, gli abiti

Continuiamo a parlare delle nozioni di base che uno scrittore interessato al medioevo dovrebbe avere, in modo da evitare pericolosi anacronismi. In questo articolo accenneremo brevemente alla tecnologia e ad alcuni aspetti della vita materiale. Il vostro personaggio cosa troverebbe nel suo ambiente? Ad esempio, un mulino. Ma di che genere? Ribadiamo che, rispetto a oggi, l’uomo medievale aveva meno mezzi per agire sull’ambiente, per utilizzarlo o per difendersene. Eppure il medioevo è stato un periodo di grandi innovazioni (o di riscoperte) nell’ambito della tecnologia e dello sfruttamento delle risorse. Innovazioni che hanno inciso profondamente nella vita materiale e, talvolta nei rapporti sociali. Saperlo è fondamentale anche perché la tecnologia, i materiali, ecc. che il vostro protagonista avrebbe trovato sarebbero stati molto diversi a seconda dell’epoca nella quale avete deciso di farlo agire. Sono elementi che, se vi occupate di thriller o di romanzi storici, non potete ignorare. Anche perché se vi rivolgete a un lettore interessato all’ambientazione medievale dei romanzi, dovete mettere in conto che egli, appunto perché interessato, di norma ha una conoscenza non superficiale del periodo. E se scopre un’errore, un incongruenza, salta quel rapporto di fiducia che è la base della riuscita di un romanzo.

Di sicuro, i metalli erano molto meno disponibili di oggi. Ma il ferro, ad esempio, già in epoca merovingia era di ottima qualità. Sappiamo da analisi effettuate principalmente sulle spade che in questo periodo i fabbri erano in grado di ottenere acciai perfettamente temperati e resistenti. La produzione di metallo, prima destinata quasi esclusivamente alla fabbricazione di armi, dal sec. XI in poi poté essere destinata anche agli strumenti destinati alla lavorazione del legno e la pietra, oltre che gli strumenti per i lavori agricoli (aratri, falci, ecc.). Questo non dipese dalla maggiore quantità di minerale estratto (le miniere, come in epoca classica rimangono per buona parte a cielo aperto) ma dal miglioramento delle tecniche di fusione e dal moltiplicarsi di forni che videro l’applicazione sistematica di mantici idraulici. Il che permise di aumentare la potenza del fuoco e le temperature. Tecnica, questa, che avrà effetti positivi anche nella fabbricazione del vetro, dei laterizi, delle ceramiche ecc.

L’utilizzazione dell’energia idraulica è uno dei progressi più importanti realizzati nel corso del medioevo (sec. XI-XIII). Una rivoluzione energetica che viene applicata alla frantumazione del minerale, alla lavorazione del metallo, alla concia delle pelli, alla produzione della carta, della canapa, ecc. E soprattutto per macinare il grano. Dal sec. XI si comincia anche a utilizzare la forza del vento. Il problema della trasformazione del movimento da circolare ad alternato fu risolto con l’albero a camme, già noto nel III sec. a. C. ma reinventato e divulgato nel secoli XI-XII. Il sistema biella-manovella che completò questa rivoluzione fu introdotto nel sec. XIV.

aratro medioevo scrittura claudio aitaIl metallo, comunque, non fu mai troppo abbondante e alcune tecnologie non poterono essere diffuse più di tanto per questo motivo. A lungo, comunque, la forma di energia più usata continuò a essere quella di origine animale o umana. Alcune semplici invenzioni, tuttavia influirono notevolmente anche in quest’ambito. Pensiamo alla carriola (sec. XIV-XV) o della ruota a cerchione e raggi, guarnita da placche di ferro o cerchiata. L’utilizzo degli animali da tiro fu reso molto più efficiente. Già nell’Alto Medioevo si cominciano a ferrare le bestie che, di conseguenza,  sono più stabili e si affaticano meno. Per quanto riguarda il cavallo, il collare da tiro poggia ormai sulle spalle dell’animale, invece di essere costretto a tirare con il collo strangolandosi. Il bue lavora con la testa (il giogo poggia sulle corna). Questo avrò conseguenze molto importanti nell’agricoltura, con la possibilità di usare aratri più pesanti su terreni più compatti e potendo appaiare gli animali invece di disporli in fila, oltre che nei trasporti su terra.

agricoltura miniaturaC’è da notare che coloro che, avendo le disponibilità finanziarie, avrebbero potuto far progredire le tecniche (molte delle quali confinate nel settore delle armi) non lo facevano perché non ne sentivano la necessità. I nobili hanno realizzato il minimo indispensabile (ad esempio nella costruzione dei mulini o migliorando le strade) per aumentare le rendite di un sistema produttivo che rimaneva bloccato. Ai contadini rimaneva solo l’indispensabile per sopravvivere. Al contrario, i signori hanno a lungo impegnato le loro ricchezze in spese superflue e improduttive. Solo i monaci, nella logica autarchica della Regola, hanno contribuito al miglioramento delle tecniche agricole. In particolare i cistercensi, obbligati a lavorare con le loro mani sulle loro proprietà, spesso in zone di nuovo dissodamento. E proprio per questo, non potendo contare su braccia servili, sono stati costretti a migliorare la produttività del lavoro agricolo. Ai cistercensi dobbiamo molte innovazioni e miglioramenti in ambito agricolo e, in particolare, dell’allevamento dei bovini e della lavorazione del latte. Sono loro, fra le altre cose, i padri della lavorazione del formaggio a pasta dura, il famoso “grana” della pianura Padana. Furono talmente efficienti che i loro prodotti, che sopravanzavano il fabbisogno dei loro monasteri, dettero origine a un vivace scambio commerciale.

Vista l’insicurezza generale dei trasporti, i progressi principali in quest’ambito, avvengono nel campo della navigazione marittima e fluviale con la comparsa di nuovi tipi di imbarcazioni, più larghe e rotonde e capaci di portare un maggiore quantità di merci e di navigare anche contro vento grazie al velame misto e al solido timone di poppa. Si è quantificato che, anche a cavallo, sulla terraferma era difficile percorrere più di 30 km al giorno (e, infatti, ancora nel Trecento le distanze si misuravano a “giornate”), con un’imbarcazione, in circostanze favorevoli si potevano raggiungere i 100 km giornalieri.

medioevo costruireVisto il predominio della foresta, il materiale da costruzione di base è il legno. Questo vale per per le case dei contadini, ma anche per i castelli che per lungo tempo in molte aree saranno delle torri di legno su dei poggi. Anche parti delle città e le chiese di molte aree sono di legno (il che spiega i frequenti e disastrosi incendi). Spesso lo scheletro di legno è rivestito di argilla, paglia e catrame, tutti elementi che si trovano in loco. Viene impiegata talvolta la terra cotta e seccata al sole sotto forma di mattoni o tegole ma anche questi materiali avranno il sopravvento sul legno solo dopo il medioevo. La pietra dentro un rivestimento di calce viene utilizzata soprattutto nei luoghi dove il territorio non può fornire legname da costruzione se non per le armature e le travi. La pietra viene tagliata solo per gli edifici più importanti (chiese, monasteri, palazzi cittadini, castelli).

Il vero problema è che possediamo pochissime informazioni su come fossero fatte le abitazioni in epoca altomedievale. Se ciò è quasi ovvio per le classi più povere, che vivano in costruzioni fatte di materiali molto degradabili, dobbiamo anche ammettere che non sappiamo praticamente anche degli edifici fatti costruire dai signori e dei potenti. Soprattutto nell’epoca fino al periodo carolingio. Per quanto questo possa apparire sorprendente, l’idea diffusa del castello fortificato fatto di pietra è quanto di più lontano possa essere dalla realtà di gran parte del medioevo. Gli scavi effettuati in gran parte dell’Europa non lasciano addito a dubbi. La residenza di gran parte dei nobili e feudatari non era altro che una torre di legno fatta costruire dal signore, sfruttando le corveés dei contadini, su un rilievo naturale che spesso veniva rialzato artificialmente. Si trattava di un modesto castello protetto da una palizzata, da una scarpata o da un fossato con altri edifici di servizio e spesso una cappella.
Per interi periodi non abbiamo tracce nemmeno dell’architettura religiosa, talvolta distrutta dalle devastazioni di popolazioni barbariche fino ad arrivare al “secolo di ferro” che è durato fino al sec. X inoltrato. Un esempio è costituito dall’architettura carolingia che sappiamo invece essere stata molto originale e con riferimenti classicheggianti. Non ne è rimasto praticamente nulla se non qualche traccia del corpo occidentale a torre di alcuni edifici sacri (il westwerk che sappiamo essere stato un’innovazione di questo periodo) e qualche piccolo edificio residuo, come la piccola Torhalle dell’abbazia di Lorsch, in Germania.

Le costruzioni medievali difendono poco dal freddo e dall’umidità. Le finestre sono piccole e generalmente senza vetri fino a un periodo molto tardo. A Firenze, abbiamo una documentazione dell’esistenza di finestre fatte di vetro nel 1333, quando se ne fa menzione nella documentazione dei danni causati dalla disastrosa alluvione di quell’anno. Nei migliori dei casi sono protette da teli spalmati di cera.  Gli ambienti sono quindi bui e pieni di spifferi. Per isolare, talvolta pochi tessuti o stuoie vengono posti su pavimenti di pietra o di terra battuta. Il camino a muro si afferma lentamente solo a partire dal sec. XI e sostituisce il braciere. Il tiraggio non era mai ottimale, quindi gli ambienti anche più prestigiosi erano fumosi e non particolarmente riscaldati.

Come facevano allora i nostri progenitori dell’età di mezzo a vivere in case così fredde? Possiamo affermare che c’era una diversa sensibilità. L’abbigliamento per gran parte del medioevo fu lo stesso per tutti, ricchi e poveri. A prescindere dalla ricchezza, tutti, laici, ricchi, poveri e religiosi, vestivano in lungo. Ovvero, coprivano tutto il corpo con i vestiti. Non c’era differenziazione fra abiti estivi e invernali. D’inverno si sovrapponevano più vestiti e quello più esterno, normalmente, era foderato di pelliccia (pregiata per i ricchi) ma di capretto e di pecora per gli altri oltre che di animali cacciati. In ogni caso, l’abito invernale offriva un’efficace protezione contro il  freddo. Solo nel sec. XIV assistiamo alla diffusione dell’abito attillato e alla conseguenza differenziazione fra moda maschile e femminile. E l’abito serve sempre più a ostentare la propria ricchezza e status sociale ed economico. E i predicatori cominciano a lanciare i loro strali contro la corruzione dei costumi. Soprattutto quelli femminili.

ottobre 26

Scrivere il Medioevo: istruzioni per l’uso. Parte 1 – L’ambiente naturale

Ambientare un romanzo nel Medioevo ha un suo fascino indiscutibile. Ma, prima di prendere la penna in mano o di battere le prime parole sulla tastiera del nostro computer, dobbiamo chiederci: siamo sicuri di conoscere questo periodo storico, fra l’altro lunghissimo?

Noi partiamo dal presupposto che le condizioni fisiche non siano poi cambiate molto dal medioevo a ora… cosa che non corrisponde a verità. Non per i fattori biotici (popolazione, variazione della flora e della fauna, ecc). Discutibile per l’uomo stesso (biologia, fisiologia, psicologia, caratteri somatici, ecc). Ma nemmeno per i fattori abiotici. Non conoscere questi fattori può portare a pericolosi anacronismi. Bisogna, insomma documentarsi a fondo anche su questi aspetti se vogliamo che la nostra vicenda sia storicamente rigorosa. E un romanzo storico deve essere tale, per definizione.

Da uomini moderni, diamo per scontato di poter controllare l’ambiente che ci circonda. Che, infatti, è ormai sin troppo antropizzato. I condizionamenti topografici, al giorno d’oggi, non esistono praticamente più. Viaggiare, grazie alla tecnologia e a una rete di comunicazione capillare, non è più un problema. Gli ambienti estremi sono anch’essi completamente colonizzati. I fiumi, il mare, la foresta, la fauna sono imbrigliati e spesso ridotti a fossili. Ma, soprattutto, tra l’uomo e l’ambiente si è interposto un velo tecnologico che impedisce quasi ogni contatto diretto.

La differenza fondamentale rispetto a oggi è che l’uomo medievale aveva meno mezzi per agire sull’ambiente, per utilizzarlo o per difendersene. E il rapporto era molto più fisico e immediato.

Ma c’è un’ulteriore difficoltà. Ambientare una vicenda nel medioevo vuol dire inserirla in un contesto del quale, spesso, non abbiamo una sufficiente informazione. Ci sono epoche che risultano completamente buie, per la mancanza di documentazione, e delle quali sappiamo davvero poco, soprattutto dal punto di vista della vita materiale.

miniatura bestiario2 claudioaita.itLa verità è che l’uomo medievale si trovava di fronte un ambiente molto diverso da quello che vediamo oggi.

Le stesse forme del terreno sul quale agiscono i nostri personaggi possono aver subito modificazioni anche notevoli dall’epoca della vicenda al momento in cui scriviamo. E le mappe di oggi possono essere anche molto diverse da quelle di qualche secolo fa. Trasformazioni dovute a fenomeni di lungo periodo o a sconvolgimenti improvvisi.

Nel corso della storia medievale sono stati terremoti anche importanti come quelli in Renania in epoca carolingia, quello nel 1356 fra Svizzera e Germania. Quello del 1117 della pianura Padana che ha determinato la riedificazione delle attuali cattedrali romaniche. E poi tanti alti, come quelli della Catalogna e Andalusia (sec. XV e XVI) e quello disastroso di Lisbona del 1755 (riportato da Voltaire nel Candide).

Ci sono stati, inoltre, consistenti fenomeni carsici e di erosione. Pensiamo a Volterra, in Toscana, inghiottita in parte dalle balze. Oppure all’area di Chambery dove nel 1248 uno smottamento di grande ampiezza inghiottì diversi villaggi e migliaia di persone.

Ma anche fenomeni più lenti hanno causato fenomeni importanti come, ad esempio, l’ampliamento del delta del Po e le foci degli altri fiumi, il bradisismo della costa tirrenica campana dovuta a fenomeni vulcanici. Oppure l’insabbiamento del porto di Pisa (e prima ancora della vicina Luni e di Aquileia), l’innalzamento del terreno di parte della scandinavia a causa del ritrarsi del ghiaccio che ha determinato l’impraticabilità di alcuni porti come quello di Birka con i suoi drakkar (sec X), lo sprofondamento di Venezia.

Le alluvioni ed eventi climatici estremi hanno causato la modifica del corso di fiumi anche importanti. Come è accaduto con la piena del 587 che ha determinato lo spostamento del letto dell’Adige che fino ad allora si gettava nel Po. Ma meandri e foci cambiano di continuo.

Il mare, con il suo moto, ha eroso coste, demolito scogliere, cancellato foreste, villaggi o terre coltivabili. Fra il 1177 e il 1287 il mare del Nord formò l’olandese Zuiderzee dopo aver rotto il cordone di dune e invaso l’antico lago Flevo.

Molte valli erano ridotte a palude e, perciò impraticabili. Per questo, la viabilità era molto diversa da quella attuale e il traffico, in certe aree, evitava i fondovalle, preferendo i crinali delle colline o i fianchi delle montagne. Un tipico esempio è costituito dal Valdarno superiore fiorentino che vede formarsi i centri urbani secondo i nuovi progetti razionali (le città nuove progettate da Arnolfo, ecc) soltanto nel corso del Duecento, con l’abbandono progressivo dei borghi sui rilievi circostanti e la bonifica delle aree adiacenti l’Arno.

Anche il clima era diverso e ha visto fasi diverse delle quali dobbiamo tener conto. Il medioevo ha conosciuto un periodo freddo verso il 750. Un riscaldamento dal 750 al 1200. Un periodo freddo che va dal sec. XIII fino alla metà del sec. XIV. Un riscaldamento da metà del sec. XIV al XVI secolo.
In definitiva, fino al sec. XII le temperature dovevano essere più alte di 1-2°, il che non evitava, però, frequenti inverni rigidi.

miniatura blog claudioaita.it tres riches heuresLe foreste che avevano ripreso il dominio a partire dagli ultimi secoli dell’Impero romano sono state gradualmente distrutte con implicazioni sul clima e sul suolo (erosione). Anche per l’aumento della popolazione (i terrazzamenti in Toscana, che cercano spazio addirittura sui rilievi compaiono a partire dal sec. XIV). Le essenze arboree cambiano nel tempo, sia per la capacità rigenerativa “naturale” che per l’intervento dell’uomo (dei monaci in particolare sui loro vasti possedimenti). Lo possiamo stabilire, ad esempio, dall’analisi dei pollini nelle torbiere. Sappiamo così, fra l’altro, che in Germania le betulle a un certo punto prendono il posto dei faggi. La Spagna ha visto distrutto il suo patrimonio boschivo dall’allevamento per lasciar posto all’attuale steppa.

In generale l’Occidente altomedievale può essere descritto come un’immensa foresta composta di querce e di faggi che, al nord, diventavano di abeti e di carpini. L’onnipresenza del bosco influiva anche sul clima aumentando l’umidità presente nell’atmosfera.

La foresta è stata attaccata e utilizzata pesantemente con disboscamenti per aumentare il terreno coltivabile e gli spazi dell’allevamento. Ma essa costituiva anche un elemento di equilibrio per l’economia contadina: per l’allevamento dei maiali, per la legna da costruzione e da ardere, per il carbone, per le foglie utilizzate per alimentare gli animali. L’assalto alla foresta, fin dai secc. VII-VIII e soprattutto nei secc. XI-XIII fu determinato dalla necessità di terreni vergini per supportare l’aumento demografico. Ma quell’assalto raggiunse un limite nel sec. XIII sia per l’insufficienza delle tecniche di sfruttamento dei campi così conquistati, sia per la crisi demografica del sec. XIV che fece abbandonare molte aree nuovamente al bosco. Oltre che per i problemi connessi all’erosione irreversibile del suolo che ne era derivata e dalle riserve di caccia che re e signori in molte aree si erano mantenuti. C’è da rilevare che l’assalto alla foresta ha determinato, in particolare la distruzione preferenziali delle piante migliori, causando un deterioramento del manto arboreo e modificando l’idrografia, il microclima e il suolo.

Anche per questi motivi, la fauna dell’Occidente era leggermente diversa da quella che conosciamo e il rapporto quantitativo fra le specie molto differente. E dobbiamo stare attenti se la inseriamo nella nostra narrazione. Ad esempio, il coniglio era completamente sconosciuto nelle isole britanniche prima del sec. XII e il gatto, che è stato importato dall’Africa, pur essendo conosciuto era molto poco diffuso prima della fine del medioevo. Il topo nero si è moltiplicato (ma non ne siamo sicuri) nel sec. XIII, complice anche l’uccisione su larga scala di rapaci e di vipere che se ne cibavano. E ha ceduto il posto al topo grigio solo nei secc. XVIII-XIX. Questo è stato uno dei fattori scatenanti le terribili epidemie di peste dal sec. XIV al XVIII. Il riscaldamento climatico e l’aumento della popolazione che si era insediata in zone a rischio, ha determinato il proliferare nelle paludi nelle vicinanze del mare delle anofeli, le zanzare che diffondevano la malaria. La diminuzione di specie come le lontre o i visoni e il ripopolamento ha determinato una modificazione qualitativa dei pesci dei fiumi. Gli orsi erano molto più diffusi e nel medioevo risultavano molto comuni. Sono stati sterminati completamente soprattutto per la caccia che ne hanno fatto i grandi signori, gli unici che potevano permettersi mute di cani adeguate alla caccia di questi grandi mammiferi. In ogni caso, bisognerà aspettare l’Ottocento e il Novecento per vederli scomparire quasi del tutto.

lupo miniatura blog medioevo claudioaita.itLa presenza dei lupi ha avuto una grande rilevanza nel medioevo soprattutto quando l’Occidente era ricoperto di foreste nel quale i centri abitati apparivano praticamente delle isole. E hanno colpito l’immaginario collettivo per le doti di astuzia, forza, ecc. di questo animale. Con l’eccezione dell’Inghilterra che, protetta dal mare, poté praticamente sterminare questi animali nel corso del medioevo, altrove essi erano talmente presenti da influenzare fortemente il folclore e la favolistica. La presenza e la paura del lupo rimane una costante nelle favole e nelle biografie dei santi. Il lupo mangia i bambini, le donne, i vecchi. Si tratta di un elemento di pericolo da cui bisogna stare in guardia, soprattutto se ci si allontana dal villaggio. Fino ad arrivare agli uomini-lupo, i licantropi presenti nell’immaginario popolare sino a tempi molto recenti in territori come la Lunigiana. Una minaccia che sarà una costante fino al sec. XVIII, spingendosi fino ad assediare i villaggi degli uomini. Ancora nel 1420 invaderanno Parigi. La presenza del lupo rappresenta un po’ il barometro della situazione dell’Occidente. In momenti di crisi e di debolezza degli uomini, si moltiplica e divora. Altrimenti arretra nel profondo dei boschi.

In un territorio dominato dai lupi, gli altri carnivori hanno avuto meno possibilità di svilupparsi in epoca medievale. Ben presente, comunque, il cinghiale, seppur limitato dai predatori e dalle battute di caccia dei signori. Questi animali avevano una taglia diversa da quelli attuali? Non lo sappiamo. La composizione delle pergamene non ci dice nulla perché le pelli venivano ricavate da animali domestici. L’analisi delle pellicce, invece, farebbe presumere che le loro dimensioni non erano diverse.

La caccia, appannaggio dei nobili, ha contribuito grandemente alla riduzione della fauna naturale. Ma anche l’allevamento degli animali domestici ha dato un contributo rilevante. Sia perché questi ultimi cacciavano gli animali selvatici nel loro ambiente, sia perché distruggevano (pecore e capre) il cibo degli erbivori.

giugno 28

Le recensioni: Teodora. La figlia del Circo di Galatea Vaglio (Sonzogno)

Teodora. La figlia del Circo. Galatea Vaglio, Sonzogno
Teodora. La figlia del Circo. Galatea Vaglio, Sonzogno

Devo confessare di non essere un grande amante dei romanzi storici propriamente detti, prediligendo, semmai, i thriller ambientati nel passato. Essendo uno storico, come formazione, quando desidero informarmi su di un determinato personaggio o sul suo contesto, preferisco affidarmi ai manuali o ai saggi di qualche studioso accreditato. C’è sempre una sorta di sospetto, di ritrosia. E, se vogliamo dirla tutta, quando mi trovo davanti a un testo che si definisce “romanzo storico” mi aspetto anche una certa dose di noia.

Ebbene, la lettura del libro Teodora. La figlia del Circo di Mariangela Galatea Vaglio ha scosso le mie certezze, obbligando a ricredermi. La capacità tecnica ed evocativa dell’autrice è indiscutibile. Man mano si procede nella narrazione, senza riuscire a smettere di andare avanti, si ha la sensazione di vivere gli avvenimenti dall’interno. Pare quasi di trovarsi partecipi di fatti che stanno avvenendo qui e ora, che si svolgono proprio davanti ai nostri occhi. Scorrendo le pagine, ci troviamo catapultati nel mezzo della folla colorata di Costantinopoli, percepiamo chiaramente il rumore, gli odori, le fragranze di un mondo che sappiamo lontano ma che la Vaglio ci pone dinnanzi in tutta la sua naturalità. Un mondo fatto di contadini e gente comune, popolato da eunuchi, monaci, barbari, prostitute, pederasti, mendicanti, mercanti e così via. Un campionario di umanità variopinto ma infido che si nutre anche di discussioni, per noi incomprensibili, sulla natura di Cristo e della passione per i giochi del circo. E che è sempre pronto alla rivolta. Ma così si viveva in quell’incredibile e composita città che era Costantinopoli a cavallo fra il V e il VI secolo dopo Cristo. Nell’ombelico del mondo. Continue reading

novembre 12

Le recensioni: Ann Cleeves. L’isola dei cadaveri

le recensioni: ann cleeves l'isola dei cadaveriDevo confessare che quello che mi ha attirato del romanzo di Ann Cleeves, L’isola dei cadaveri, è stata la sua ambientazione estrema. La vicenda si svolge, infatti, nelle remote Shetland, un gruppo di isole a nord della Scozia. Una terra brulla e spoglia, senza alberi, continuamente battuta dal vento e dalle onde gelide del Mare del Nord. Un terra dura, insomma, dove tutto è essenziale. Devo dire che la descrizione che la Cleeves fa di questo angolo estremo del mondo, non mi ha deluso. Forse la narrazione, a tratti, può risultare troppo lenta, ma in quest’atmosfera rarefatta non poteva che essere così. In compenso, sono rimasto talmente affascinato da sentire la necessità di andare su Google Street per cercare di immedesimarmi con i miei occhi nella realtà di questa terra evocata nel libro. Anche se ho scoperto, come ammette lei stessa nelle note, che l’autrice si è presa qualche libertà topografica.

Allo stesso modo, è descritto con efficacia il carattere delle persone che abitano questo lembo estremo di terra, gente molto ospitale ma capace di serbare lontani e oscuri segreti e di sacrificare tutto per l’onore della famiglia. È in un contesto come questo che si svolge la vicenda. In una terra in apparenza addormentata, quasi immutabile, con un respiro rallentato. Eppure basta che una giovane archeologa, mentre scava alla ricerca di un edificio medievale, si imbatta in pochi frammenti d’ossa antichi che tutto l’equilibrio che da sempre ha retto la comunità, si infranga. E perché qualcuno si trovi nella necessità di ripristinarlo. Si tratta di resti antichi o la prova di un dramma molto più recente? Continue reading

settembre 17

Ken follett e la routine

ken follett e la routine della scritturaMi è ricapitata in mano l’intervista che Ken Follett ha rilasciato a La Lettura del Corriere della Sera in occasione della recentissima uscita del suo nuovo libro “La colonna di fuoco”. A prescindere da qualsiasi altra valutazione, compresa l’accusa di delegare il lavoro di ricerca storica ad agenzie specializzate, è innegabile che Follett (anche per la quantità di libri venduti) possa essere considerato un “maestro” per gli aspiranti scrittori. Mi ha però colpito il fatto che uno degli autori più importanti al mondo consideri la routine, intesa nel senso di autodisciplina, uno dei segreti del suo successo, cosa che non mi stanco mai di ripetere.

«Come si crea un bestseller?»
«Disciplina e concentrazione. Per me la routine è fondamentale. Studiare, pianificare, scrivere, la mattina dopo rileggere quello che ho scritto e riscriverlo. Ho i miei trucchi. Ad esempio, la mia seconda stesura non è una rielaborazione della prima. Ribatto tutto, dalla prima all’ultima parola».

«Perché?»
«Perché a volte quando leggo quello che ho scritto mi dico, ah però, bello. È solo quando ribatto ogni lettera, che mi rendo conto di come migliorare il testo».

Quindi, se lo dice Ken Follett, credeteci. L’arte (o il mestiere, se preferite) di scrivere è soprattutto metodo, fatica, costanza e programmazione. “routine”, in altri termini. Soprattutto se vi volete proporre come scrittore professionista. I contratti con gli editori prevedono scadenze, lunghezze standard (la carta costa!). Anche se siete alle prime armi, ma coltivate ambizioni, dovete togliervi di mente il mito dello scrittore che scrive di getto ispirato dalla musa. La scrittura è altro: fatica, spesso anche noia. E se non abbiamo un metodo e una scaletta, sarà più difficile sfondare in un mondo sempre più difficile e competitivo.

dicembre 18

Casi particolari di formazione del plurale. Arancie o arance, capostazione o capistazione?

Casi particolari di formazione del plurale. Arancie o arance, capostazione o capistazione?Ecco, qui di seguito, alcuni casi particolari di formazione del plurale. I nomi terminanti in -cia e -gia conservano la i al plurale se sulla cade l’accento tonico. (farmacìa, farmacìe; allergìa, allergìe; scìa, scìe).
Se sulla
i di -cia e -gia non cade l’accento tonico (la i è atona) e le consonanti c e g sono precedute da vocale, la i viene conservata anche al plurale (camicia, camicie; ciliegia, ciliegie). La perdono, invece, se le consonanti c e g sono precedute da consonante (arancia, arance; frangia, frange; spiaggia, spiagge).
Questa è la regola generale anche se vengono ormai accettate anche forme come
provincie e ciliege.

I nomi terminanti in -io formano il plurale con la doppia i, se l’accento cade sull’ultima i (zìo, zìi; pendìo, pendìi). Con una sola i se l’ultima i non è accentata (olio, oli; viaggio, viaggi).

I nomi terminanti in -logo formano il plurale a seconda di cosa denotano. Se si tratta persone, formano normalmente il plurale senza h (archeologo, archeologi; teologo, teologi). Se indicano altre cose, formano il plurale con la lettera h (epilogo, epiloghi; dialogo, dialoghi).

Particolare attenzione va posta nella resa del plurale dei nomi composti.
Se la parola è composta da due nomi, nel plurale cambia soltanto la desinenza del secondo termine (
autostrada, autostrade; banconota, banconote).
Se la parola è composta da un sostantivo seguito da un aggettivo, entrambi cambiano la desinenza al plurale (
cassaforte, casseforti; terracotta, terrecotte). Ma pellerossa può formare il plurale regolarmente (pellirosse) o rimanere invariato (pellerossa). Palcoscenico fa palcoscenici.
Se la parola è composta da un aggettivo seguito da un sostantivo, prende il plurale solo nel secondo elemento (
francobollo, francobolli; bassorilievo, bassorilievi). Vi sono, però, delle eccezioni: mezzanotte, mezzenotti; mezzaluna, mezzelune; mezzatinta, mezzetinte; purosangue, purosangue).

Se la parola è composta da un verbo seguito da un sostantivo, se il sostantivo è plurale, il nome composto rimane invariato (accendisigari, accendisigari; stuzzicadenti, stuzzicadenti). Se il sostantivo è singolare, assume la desinenza del plurale se il sostantivo è di genere maschile (passaporto, passaporti; parafulmine, parafulmini). Resta, invece, invariato se il sostantivo è di genere femminile (portacenere, portacenere; aspirapolvere, aspirapolvere).
Se la parola è formata da due verbi o da un verbo seguito da un avverbio, rimangono invariabili al plurale (
saliscendi, saliscendi; dormiveglia, dormiveglia)
I nomi composti con la parola capo non si comportano sempre nello stesso modo. In alcuni casi, si mette al plurale il secondo elemento (
il capogiro, i capogiri; il capolavoro, i capolavori).
Altre volte, si mette al plurale il primo elemento, soprattutto quando capo significa “essere a capo di qualcosa” (
il caposquadra, i capisquadra; il capostazione, i capistazione). Se la parola è di genere femminile e il nome capo si riferisce a una donna, essa rimane invariata al plurale (la capoufficio, le capoufficio; la capoclasse, le capoclasse)

dicembre 3

Narrativa di viaggio: luoghi veri e non luoghi comuni

Narrativa di viaggio: luoghi veri e non luoghi comuniNella narrativa di viaggio, l’importante è che l’autore crei una mappa dei punti di riferimento del viaggio, punti che non devono coincidere con quelli turistici e quelli della segnaletica stradale. Dovete riuscire a comunicare le tracce che questi luoghi dotati di maggiore pregnanza hanno lasciato dentro di voi.

Il fatto che non vi affidiate alle guide turistiche, non vuol dire che dobbiate partire impreparati. Al contrario! Prima di iniziare il vostro viaggio, documentatevi sui luoghi che andrete a visitare. Leggete quello che gli altri viaggiatori ne hanno scritto. E una volta iniziato il vostro itinerario mentre descrivete quello che osservate cercate di rendere l’idea di quello che vedete, della voce delle persone che incontrate, dei sapori dei cibi, di quello che vi colpisce e di tutto ciò che può essere rivelatore dello spirito autentico del luogo e dei suoi abitanti. Continue reading

novembre 27

Il personaggio come chiave per coinvolgere il lettore

Il personaggio come chiave per coinvolgere il lettoreUna storia deve essere vissuta da qualcuno. E questo qualcuno deve essere sufficientemente interessante da attirare l’attenzione di chi legge e da fargli desiderare di identificarsi con lui. Per raggiungere questo scopo, bisogna che esso sia riconoscibile dal lettore, che abbia dei tratti in comune con lui e con la sua esperienza, sia esso un monaco medievale, un abitante di New York, un alieno o un supereroe. Anzi, in quest’ultimo caso, è bene che abbia anche qualche punto debole. Nessuno di noi è invincibile e perfetto e un personaggio del genere risulterebbe alla fine, decisamente noioso oltre che al di fuori della nostra portata. Achille deve avere un tallone vulnerabile e Superman la sua kryptonite. Se il lettore non si identifica nel personaggio, non ci sarà sufficiente tensione e, di conseguenza, il romanzo sarà destinato al fallimento. Continue reading